| Le tre novità dello zapatismo | ||||
about Ora, a dieci anni di distanza, possiamo dire che da quella selva si raccontava una verità sul nuovo mondo molto maggiore di quella che potevamo intravedere da questa sponda dell’oceano: qui vedevamo solo macerie, là si cominciava ad avvistare un altro mondo che parlava della vita e dei drammi dei quattro quinti dell’umanità, da sempre oscurati dal nostro punto di vista particolaristico e privilegiato. Era davvero la storia che riprendeva, dopo la fine della storia, un nuovo inizio che rompeva con tre modelli di azione politica, tre continuità ormai estenuate e corrose dai fallimenti, per dare vita ad un nuovo modo di pensare e agire la politica. altri link La politica perduta Marco Revelli Nuto Revelli orti & giardini blog archivio febbraio 2004 counter visitato *loading* volte |
martedì, febbraio 17, 2004
"Quella del primo gennaio `94 fu una guerra iniziata per disperazione. Ma necessaria.
Le tre grandi linee dell'Ezln: la linea del fuoco, la linea della parola e la linea dell'organizzazione.
L'importanza strategia della parola ma anche del silenzio.
Il Messico di oggi, rispetto a dieci anni fa, è in una crisi ancor più profonda. Ma anche il mondo è molto cambiato.
In peggio.
E il movimento è cresciuto. Non per merito degli zapatisti.
Noi non vogliamo essere un esempio, semmai siamo un sintomo.
Tuttavia.".. Sub Marcos
Le tre novità dello zapatismo
di
Marco Revelli
_________________________________________________________________________________________________________
RAGIONARE sullo zapatismo, per me, vuole dire ripartire dall’emozione di quel primo gennaio 1994, quando immagini incerte rimandavano notizie di quei piccoli uomini mascherati e in armi apparsi quasi magicamente per le strade di San Cristóbal: un esercito di formiche occupava sette municipi!
Un evento sostanzialmente sconosciuto, che accadeva a diecimila chilometri da casa nostra, riusciva a scatenare un entusiasmo e una condivisione all’apparenza ingiustificati, se visto con gli occhi delle esperienze di guerriglia latino-americane a noi conosciute.
Ma la scossa elettrica che sentimmo aveva alcune ragioni profonde: prima di tutto, era la prima incrinatura di quell’ordine globale scaturito dalla presunta «fine della storia» spacciata dagli apologeti del neoliberismo; in seconda battuta, questa insorgenza assumeva un carattere beffardo, per essere esplosa nel momento in cui il Messico entrava nel salotto buono del capitalismo, in coincidenza del l’entrata in vigore del Trattato di libero commercio con Canada e Usa.
Assistevamo dunque alla prima rivolta contro la globalizzazione neoliberista.
Quell’evento, però, si apprestava ad entrarci dentro e a trasformarci, soprattutto per un’altra ragione, che ha che fare con il linguaggio che quell’esperienza produceva. All’inizio come evocazione, successivamente come un dispositivo potente e suggestivo.
Basta pensare alla prima dichiarazione, dalla Selva Lacandona, quella che diceva «Hoy decimos basta!», seguita dai dodici punti in cui si affermavano i diritti fondamentali negati agli indigeni da cinquecento anni: diritto alla salute, alla terra, all’alimentazione, alla giustizia, alla democrazia, e così via.
A questo linguaggio non eravamo abituati, non era il linguaggio della politica, del gergo di un ceto burocratico.
Erano parole che giungevano da qualche altra parte, da corde più profonde, che segnavano una cesura con quello che noi intendevamo per linguaggio politico: era l’irruzione della vita quotidiana, la vita dei villaggi, i loro drammi, la loro dignità.
Quegli indigeni avevano smesso di guardare se stessi con i nostri occhi, con gli occhi dell’Occidente forte, acculturato, industrializzato, e iniziavano a guardarci con i loro occhi, rompendo anche con le esperienze storiche delle altre guerriglie dell’America latina, che avevano mutuato il loro linguaggio dai «punti alti» dello sviluppo occidentale. Un vero e proprio rovesciamento, dall’alto verso il basso, delle parole e degli sguardi, che apriva nuovi scenari, nuovi luoghi della politica, lontano da quelli tradizionali della fabbrica, della centralizzazione del lavoro e dal paradigma politico e culturale che individuava nella presa del potere la strada fondamentale per ogni ipotesi di trasformazione radicale. Lo zapatismo sperimentava nuove forme dell’organizzazione che non coincidevano più con la costruzione di grandi contenitori omogenei in cui concentrare la forza.
Per tutte queste ragioni, l’insorgenza indigena chiapaneca si andava a collocare al di là di una linea di frattura storica che oltrepassava l’esperienza storica del Novecento. Molti osservatori, allora, leggevano in quell’evento elementi di marginalità che non potevano avere valore universale, perché convinti che dalle periferie globali nessuna novità poteva parlare anche di noi. Ora, a dieci anni di distanza, possiamo dire che da quella selva si raccontava una verità sul nuovo mondo molto maggiore di quella che potevamo intravedere da questa sponda dell’oceano: qui vedevamo solo macerie, là si cominciava ad avvistare un altro mondo che parlava della vita e dei drammi dei quattro quinti dell’umanità, da sempre oscurati dal nostro punto di vista particolaristico e privilegiato. Era davvero la storia che riprendeva, dopo la fine della storia, un nuovo inizio che rompeva con tre modelli di azione politica, tre continuità ormai estenuate e corrose dai fallimenti, per dare vita ad un nuovo modo di pensare e agire la politica. Il primo punto di rottura poneva l’accento sullo spazio più che sul potere. ![]() In tutti i discorsi zapatisti è esplicito il rifiuto dell’obiettivo della presa del potere come alfa e omega dell’azione politica, ma altrettanto importante è l’idea dell’apertura di spazi liberi, di spazi da auto-organizzare e quindi da difendere.
Sul terreno dello spazio si gioca la partita cruciale della globalizzazione, lo statuto del nuovo mondo. Fino a ieri avevamo conosciuto uno spazio lavorato dalle tecniche del potere, lo spazio dello stato-nazione; oggi gli zapatisti ci dicono che c’è una nuova problematicità dello spazio, che riguarda i territori e la necessità di proteggere le comunità dal potere devastante dei grandi flussi di sradicamento e sfruttamento della globalizzazione.
Il territorio, dunque, diviene il luogo principale della politica e del conflitto, dopo la frantumazione delle concentrazioni tradizionali del lavoro da parte della doppia pressione delle lotte operaie e dello sviluppo del capitale. Spazio versus potere, quindi, difesa e riorganizzazione del proprio spazio sotto forma di territorio. Seconda questione: autonomia contro centralizzazione. Anche qui assistiamo ad una rottura epistemologica che ha a che fare con la natura e la funzione della politica.
Non si tratta di predisporre i contenitori di potenza dentro i quali concentrare le energie capaci di conquistare lo stato, per poi trasformare la società.
Non si tratta di mettere insieme gli eguali o ciò che è omogeneo, si tratta di organizzare le autonomie delle differenze.
Spesso nei documenti zapatisti si parla di come le eterogeneità delle comunità si mettono in rete fra di loro senza rinunciare alle proprie specificità e al proprio linguaggio.
Infine, il terzo elemento: cultura contro forza. Il punto archidemico su cui il movimento zapatista poggia la propria leva per la trasformazione del mondo non è la forza - cosa che invece ha caratterizzato tutta la politica moderna - ma il concetto di cultura inteso come continuità delle generazioni attraverso un patrimonio condiviso, e riconoscimento della propria identità.
La cultura come strumento per sapere chi si è e per difendersi dal comando degli altri. Tutto questo ci rimanda alla questione fondamentale, per la sinistra di oggi, che è il rapporto con i mezzi e il rapporto con la potenza, cioè su come si costruisce l’altro mondo possibile e come ci si difende dalle forze avverse.
I dieci anni di rivolta zapatista ci dimostrano che questa esperienza è sopravvissuta non perché era potente dal punto di vista della tecnica e dall’armamento, ma perché ha messo in movimento un’energia diffusa: dal loro punto di forza locale, gli zapatisti hanno saputo connettersi con una rete globale di microenergie capaci di costituire quel deterrente di resistenza. L’esatto opposto del costruttivismo occidentale applicato alla politica, che costruiva apparati tecnici di potenza.
In Chiapas hanno costruito apparati culturali di comunicazione e di condivisione straordinari, con una capacità immaginifica e che esplica perfettamente il senso della loro esperienza e la distanza dalla cultura occidentale: se in Iraq gli Stati uniti occupano il paese con le «Aquile urlanti», nel sud est messicano nascono i «Caracoles», forme di autogoverno delle comunità indigene. Davanti alla rapacità della potenza militare e di un sistema economico distruttivo, gli zapatisti contrappongono la metafora della lentezza della chiocciola: solo un processo lento e lungo potrà tentare la trasformazione antropologica necessaria a ricostruire un mondo devastato dal dominio neoliberista. Tratto dalla lettera di Marcos del 3 dicembre 1994
Signor Ernesto Zedillo Ponce De León: Benvenuto nell'incubo. Lei deve sapere che il sistema politico che lei rappresenta, (al quale lei deve la sua scalata al potere e non alla legittimità ), si è prostituito a tal punto che nel linguaggio di oggi "politica" è sinonimo di menzogna, di crimine, di tradimento. Io solo le dico quello che milioni di messicani vorrebbero dirle: non le crediamo. Lei è parte di un sistema che è già arrivato all'aberrazione più grande, a ricorrere all'assassinio per dirimere le proprie differenze come se si trattasse di un gruppo di criminali. Lei non si rivolge a noi come rappresentante della nazione, lei parla con un'enorme macchia nelle sue parole: la macchia del sangue di migliaia di assassinati, inclusi quelli che appartennero al suo circolo politico, una macchia che copre il Partito Rivoluzionario Istituzionale. Perché dovremmo credere nella sincerità del suo invito ad una soluzione negoziata? Qualunque sia l'esito di questa guerra, presto o tardi il sacrificio che ora sembrerà inutile e sterile a molti, si vedrà ricompensato nei lampi che illumineranno altre terre.
La luce arriverà, sicuramente, fino al profondo sud e farà scintillare il Mar de la Plata, le Ande, la terra di Artigas, il Paraguay e tutta questa piramide capovolta e assurda che è l'America Latina. La forza non è dalla nostra parte, la forza non è mai stata dalla parte degli espropriati. Però la ragione storica, la vergogna e questo ardore che sentiamo nel petto e che chiamano dignità, fanno di noi, i senza nome di oggi, uomini e donne veri, quelli di sempre.
Il governo supremo ha sempre preso la misura giusta per toglierci da un problema e farci crescere. Davanti al rischio di estinguerci per isolamento politico, per il vuoto, il governo, con la sua turpe politica locale e regionale, alimenta un fuoco che dovrà consumarlo prima o poi. Voi dovete sparire, non solo perché rappresentate un'aberrazione storica, una negazione umana e una crudeltà cinica, dovete sparire anche perché rappresentate un insulto all'intelligenza. Voi ci avete reso possibili, ci avete fatto crescere. Siamo il vostro altro, il vostro siamese al contrario. Per scomparire noi, dovete scomparire voi. E' molto difficile cercare di ascoltarvi. Uno pensa di parlare con esseri razionali e invece no, perché siete così abituati a comprare, corrompere, imporre, rompere e assassinare tutto quello che vi sta di fronte, che assumete, di fronte alla dignità, l'atteggiamento del commerciante scaltro che cerca solo di ottenere il miglior prezzo possibile. Questo è stato l'atteggiamento del vostro sistema in questa instabile tregua di 11 mesi. Le ripeto le nostre richieste per avere la pace: DEMOCRAZIA, LIBERTA' E GIUSTIZIA PER TUTTI I MESSICANI. Mentre le nostre richieste non ricevono risposta, ci sarà la guerra nelle terre messicane. Bene. Saluti e un paracadute per il burrone che c'è nel suo domani. Dalle montagne del Sudest Messicano Subcomandante Ribelle Marcos Messico, 3 dicembre 1994
«Governo assente, zapatismo in crisi d'identità» «Ya basta». Con questo grido, il primo gennaio del 1994, il mondo ha scoperto il Chiapas. Alcune migliaia di persone hanno invaso le strade di sette città del Messico per rivendicare democrazia, libertà e diritti per gli indios. Nasceva così ufficialmente l’Ezln l’esercito zapatista di liberazione nazionale. Basta ai soprusi nei confronti della popolazione indigena «che muore di fame e di malattie curabili, che non ha nulla, assolutamente nulla e che chiede solo pace e giustizia». Basta alle politiche neoliberiste che penalizzano i più poveri. Basta al razzismo. E Marcos, subcomandante mascherato, è diventato il simbolo di questa rivolta, anche se, come lui stesso ha più volte ripetuto, «Marcos non esiste, se volete sapere chi c’è dietro il passamontagna, prendete uno specchio e guardatevi». E oggi, dopo dieci anni, in Messico cos’è cambiato? Secondo Marcello Carmagnani, docente di Storia dell’America latina dell’università di Torino, «Il grande merito del movimento zapatista è stato quello di denunciare la condizione degli indigeni, di rivendicare i diritti civili di questo popolo. Purtroppo però non sono stati fatti grandi passi avanti. C’è una sostanziale indifferenza del Governo, come di tutti i governi che si sono succeduti, rispetto alla situazione del Chiapas». Secondo Marcos il principale successo di questi anni di lotta è stato «imparare a imparare». «Abbiamo imparato – si legge in un recente comunicato – a combattere, a parlare, ad ascoltare, a rispettare e conoscere la differenza. Il cambiamento fondamentale lo abbiamo visto nella gente. Quanto al sistema politico, l’alternanza è un cambio ma non significa in nessun modo democrazia» Certo la gente è cambiata, il mondo ha preso coscienza di un problema che andava affrontato poi però cos’è successo? Perché le richieste non hanno avuto seguito? «L’Eznl è l’esplosione di un malessere che si è creato nei dieci anni precedenti - aggiuge Carmagnani -. L’esercito ha poi scelto una strada discutibile per portare avanti le sue rivendicazioni. Non trasformarsi in forza politica significa avere minor influenza. In secondo luogo, rivendicare il rispetto dei diritti degli indios è legittimo, ma pretendere l’autonomia totale dal Messico non è richiesta credibile. Nessun governo sarebbe disposto a concederla, bisognerebbe inventare una nuova forma statale. Il vero problema è che manca un’analisi coerente delle diverse realtà regionali». Il cambio di Governo, con l’elezione nel 2000 di Vincente Fox, del Pan (Partito di azione nazionale) che aveva promesso di «risolvere in la questione del Chiapas in pochi giorni» non ha quindi portato miglioramenti? La verità è che né il Pri (Partito rivoluzionario istituzionale), che ha governato il paese per 72 anni, né il Pan hanno presa sulla regione. Non parliamo poi del partito di sinistra che è completamente allo sfascio. La conflittualità politica della società messicana è elevatissima, e questa è anche una delle cause per cui molte delle riforme promesse non sono state fatte1. Il Chiapas è una regione ricca di materie prime. C’è il petrolio ma anche caffè, cacao, legname pregiato, mais, allevamenti di bestiame. Qui si produce il 30 per cento dell’energia elettrica di tutto il Messico. Com’è possibile che la popolazione muoia di fame? La gestione del potere è concentrata nelle mani di pochi. I terreni migliori appartengono ai grandi proprietari mentre duemila comunità devono spartirsi poco più della metà della superficie agricola. Gli indigeni vivono in piccole comunità dotate di un loro sistema organizzativo basato sul principio del “comandar ubbidendo” e sopravvivono grazie all’agricoltura. Bisognerebbe investire per migliorare la produttività della terra. Attualmente la crescita economica del Chiapas si fonda soprattutto sulle risorse idroelettriche che però non creano occupazione. A questo bisogna poi aggiungere l’alto tasso di crescita demografica. Gli indigeni appartengono a diverse etnie (tzeltal, tzotzil, chol, tojolabal, mam, zoque). Come sono i rapporti tra i vari gruppi? E le comunità sono integrate con il resto dei messicani? Ci sono rivalità su cui specula sia la classe politica sia quella religiosa. Cattolici e protestanti non hanno saputo trovare un punto d’accordo e fomentano l’odio tra i gruppi. Il dissidio religioso oggi si è molto accentuato. Nella regione del Chiapas i rapporti con i meticci sono tesi: quest’ultimi controllano tutti i municipi e ciò accresce il malessere della maggioranza india. Nelle grandi città invece direi che gli indios si sono ormai integrati con il resto della popolazione. I rapporti col Governo federale sono comunque difficili. Soprattutto per quanto riguarda la giustizia. Giustizia? La “guerra sporca” o “guerra a bassa intensità” è una modalità di repressione attuata dal governo che, pur non prevedendo lo scontro aperto tra due eserciti, mantiene una situazione di costante persecuzione. Molti dirigenti indios sono scomparsi, le polizie sono corrotte, i processi spesso sono sommari. Quello che tutti gli abitanti denunciano è la mancanza di sicurezza. L’insurrezione zapatista avvenne simbolicamente il primo gennaio del 1994, giorno in cui entrava in vigore il Nafta (Trattato di libero commercio del Nord America) con cui si unificavano i mercati di Stati Uniti, Canada e Messico. Quali sono state le conseguenze di questo accordo per l’economia messicana? Ci sono stati dei vantaggi: la fine di forme protezionistiche, il rilancio della struttura industriale che ha creato nuovi posti di occupazione e anche più libertà di movimento. E’ però un processo incompleto, un forte limite è per esempio il fatto che non siano ancora state create tutte le banche di sviluppo necessarie. Anche le politiche agricole sembrano essere state dimenticate. Molti però sono anche gli svantaggi: il trattato non ha permesso che di questa ricchezza aggiunta beneficiasse la maggior parte della popolazione. In particolare poi è stato penalizzato il settore rurale su cui si basa la sussistenza degli indios. Nel recente vertice panamericano di Monterrey, pare che i rapporti tra Bush e Fox, che avevano posizioni divergenti sulla guerra in Iraq, si siano rinsaldati. Cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo trattato? L’ Alca (trattato del libero commercio delle Americhe) vuole creare un’area integrata di economia di tutte le Americhe. Unificando i mercati, secondo Bush, la libertà di movimento garantirà un flusso costante di ricchezza per la società messicana. Il presidente Fox ne sembra altrettanto convinto ma dubito che la parte più povera della popolazione potrà veramente trarne beneficio. Il riavvicinamento con Washington era comunque iniziato già da qualche mese quando il presidente americano aveva permesso a molti messicani di entrare negli Stati Uniti. Marcos dice di concepire l’Ezln come «sintomo di qualcosa che stava succedendo o che stava per succedere». Possiamo parlare dello zapatismo come avanguardia del movimento no global? In un’ottica occidentale forse si. Ma le radici dello zapatismo sono da ricercare nei movimenti populisti degli anni 70 quando ci fu un ritorno al protezionismo e allo stato paternalistico. Non parlerei quindi di legame diretto con i no global. Ci sono comunque tematiche comuni come la centralità della povertà e il rispetto delle risorse del pianeta. Lo zapatismo ha poi permesso di riprendere il dialogo con la società civile in ambito nazionale e internazionale. Il suo merito più grande resta però la volontà di lottare per il rispetto della dignità di tutti gli esseri umani. In questi dieci anni Marcos parla di tre grandi linee che hanno caratterizzato il movimento: «la linea del fuoco, che si riferisce alle azioni militari, ai preparativi, ai combattimenti. La linea della parola, ovvero gli incontri, i dialoghi, i comunicati e infine il processo organizzativo». E adesso? Marcos ha saputo usare i mezzi di comunicazione. Ha anche scelto, soprattutto nell’ultimo periodo, l’arma del silenzio. Ma non basta. Per ridare vigore alle sue richieste l’Ezln deve cambiare qualcosa, trovare il modo di porsi come interlocutore indispensabile per il governo messicano, ridefinendo la sua identità e la sua strategia organizzativa. Un traguardo difficile ma possibile. Valentina Protasoni |